Kidz Property — Day zero
Il toro lavorava sottopagato in un supermercato di provincia.
Ci piaceva chiamarlo così perché era un po’ tozzo e sgraziato. Ma dentro aveva davvero il cuore grande come quello di un toro. A fine turno si ficcava sotto la giacca una bottiglia di sambuca, o quel che passava tra le mani, pronta per essere scolata in compagnia.
Forse per questo andava così d’accordo con Vicky. Lei aveva una dote naturale. Poteva buttar giù un intero litro di Facse senza che il ritmo fosse spezzato da un singolo respiro.
Il nome di Jesus aveva invece una storia a sé.
Alto e magro intorno, sembrava uno scheletro. Aveva lunghi, lisci capelli neri fin sotto alle spalle. Una sera, passando fuori da un locale, nell’oscurità era apparso all’improvviso alla schiena di un passante. Il tipo era un americano che si spaventò a morte, usando quel poco del fiato che gli era rimasto nel corpo per esclamare “Jesus H. Christ!”.
Poi c’era Renny, la hippie. Il che aveva dell’ironia: gli hippie ci stavano tendenzialmente sul cazzo. Lei si vestiva per la maggior parte del tempo con vestiti dai colori sgargianti e motivi floreali. Se c’era un posto distante dalle persone e fuori dal mondo, lei lo conosceva. Era la nostra Scherpa. Quello che apprezzavamo di lei era quello che gli altri hippie conosciuti fino a quel momento non avevano: la trasparenza di un cristallo.
Il bullo invece aveva le sembianze di un armadio. Se ne stava quasi sempre incazzato con una birra in mano. Seminava del sano malumore e quando un bisticcio saltava fuori, c’era una grossa probabilità che lui fosse coinvolto.
Prendeva un po’ troppo sul serio le nostre parole e per questo pareva se la prendesse. Ma quando le cose si facevano veramente serie, d’improvviso rinsaviva e si schierava da una parte. Solitamente quella giusta.
Quel pomeriggio mancavano alcuni dei kidz, come la Barci e il Pomo.
Chi non mancava però era Zero. Diceva sempre, tra sé e sé, di non valere nulla. E si faceva chiamare così di conseguenza.
Ma non sapeva che per noi valesse tutto.
Passavamo le serate alle panche, al bordo di un parcheggio dimenticato e un pezzo di verde. Ascoltavamo quelle stronzate nu metal sapendo che per noi non esisteva un domani, ma solo il presente.
E che pensarla diversamente sarebbe stato solo come vivere una vita nemmeno a metà.
Colonna sonora
Alive dei P.O.D.