Sogni Infranti
Questa notte ti ho sognato, Luca.
Ricordo tutte le notti passate assieme, giù in città.
Estate o inverno, ci trovavamo sempre nello stesso posto; con i ragazzi e le ragazze, formavamo un bel gruppo.
Senza una vera causa, presi di mira da giornate alienanti, ritrovavamo la felicità in quel riparo che è la notte, tra casse di birra e le ore passate sotto i concerti punk hardcore. Ma soprattutto, nel sapere di trovare aiuto l’uno nello sguardo dell’altro.
La tua ragazza, troppo brillante per una vita come la nostra, ti amava tanto da farti fare quel che volevi, anche stare in un gruppo di sciroccati come il nostro.
Abbiamo cantato, bevuto, imbrattato di speranza e racconti quelle tristi mura della zona industriale; correvamo da un lato all’altro della città, immaginando d’ingannare il sole, in modo che la notte non finisse mai.
Le stronzate che facevamo e ci raccontavamo erano più importanti di qualsiasi teorema o verità: erano vita.
Ricordo anche l’ultima sera che ci siamo visti. Davano un concerto i Kalashnikov Collective. Quella sera c’era un’aria surreale, la malinconia diffusa dalle luci dei lampioni; un presagio di quel che presto sarebbe successo.
Ci eravamo messi a bere una gran quantità di roba quella sera. Vidi per l’ultima volta Linz, Sed, e tutti gli altri; vidi per ultimo te, mentre mi allontanavo abbozzando un saluto e camminavo sull’asfalto scuro con una bottiglia di whiskey semivuota tra le dita.
Mi ritrovo ora nel buio della notte con quella stessa bottiglia in mano e gli occhi lucidi, una smorfia di rabbia sul volto, anni di distanza alle spalle e svegliato da un sogno, una nostalgica visione di ciò che mai è accaduto.
Ispirato dal brano
Algoritmo di crisi dei Kalashnikov Collective