Al Margine

15 Marzo 2020

Tra i miei viaggi presso lande desolate mancava una nuova meta. Quale sarebbe stata la mia prossima scoperta? Quale la direzione?
Dopo aver conosciuto i Confine, qualcosa si era aperto nella mia mente… il solito impellente desiderio di fuggire dalla vicinanza del prossimo e rifugiarmi negli sguardi solitari della vita agreste si era impuntato in un posto ben preciso.
Con il brano di Cavarzere mi si era instillata una profonda curiosità: cercai in tutta fretta fra le mappe; ed era lì, un centro abitato denso, ma subito al di fuori di esso solo poche strade, se ne potevano contare quasi meno dei canali che irrigano questa terra distante.
D’improvviso, non potevo più fare a meno dell’idea di andare e vedere con i miei occhi, per poter essere testimone di un pensiero fisso nella mia testa.

Partii presto, poco dopo l’alba.

Strade in mezzo ai miei conosciuti campi, per proseguire in lungargini sempre meno noti. Ad un certo punto non dovetti nemmeno cercare conferme: sapevo di essere lì. Dalla strada principale mi gettai subito per una delle poche stradine che si fiondano con rapidità in mezzo al nulla, quasi fosse un’impellenza.
Parcheggiai la macchina d’innanzi a una sterminata pianura.
Iniziai a vagare, non so alla ricerca di cosa, ma tutti sappiamo che la ricerca più vana è in realtà la ricerca di sé, delle risposte che vorremmo avere per le nostre domande annebbiate, poste nei momenti di lucidità del nostro quotidiano delirio.

E a un certo punto, era lì.

Una risposta a una domanda che non mi ero ancora posto.

I casolari sempre più distanti, ormai dispersi non sono che parte dell’orizzonte. Le persone qui non contano più nulla nell’immensa terra fatta di solida durezza, di una concreta, spregevole verità. Sempre più lontane, si riducono a figure, fino a diventare concetti.
Vedo le fosse scavate per seppellire i capri espiatori del conflitto dovuto all’incomprensione, alla distanza emotiva, e solamente poi peggiorato dalla distanza fisica. I tentativi di riappacificazione continuano a nascondere una mancanza, propria della vita stessa.

Tanti sforzi per vincere la dannazione di questa terra, sperando sempre di poter giungere a un punto di svolta: ma ecco che al posto della legittima pietra miliare si presenta di nuovo il punto di partenza, e non rimane altro da fare se non ripartire dopo l’ennesima sconfitta.

Accompagnato dall’epifania dei testi di Nettuno, continuo a vagare in questo paesaggio reso ancor più indistinto dalla freddezza dell’inverno, fino a che non decido di tornare all’auto.

Ma sono ancora affamato.

Pretendo di vedere di più. Continuo il mio viaggio, dirigendomi verso Adria; ma come sarà ormai ovvio, percorro strade raramente battute.
Centri abitati composti da gruppi esigui di case, che danno direttamente
sull’omogeneo paesaggio del basso rodigino; segnali stradali composti principalmente da ruggine; argini e chiuse che danno un senso di sicurezza, punti di riferimento senza i quali si è completamente persi nella campagna anonima. D’improvviso compare Adria, altra città modesta a stretto contatto con la terra. Si sta bene qui: è il rifugio illusorio dalla tristezza di una vita dura, solitaria, agreste. Non posso rimanere qui a lungo: sento la fame, che non s’è ancora placata, tutt’altro.

Scoprendo nuove strade mi ritrovo non distante da Anguillara. Certo, il nome non mi è nuovo, ma le sue terre dimenticate…

Casolari rustici, ponti e rare abitazioni scandiscono con un ritmo perso nel tempo il mio viaggio per gli argini di queste terre, fino a un’idrovora deserta.

Ammiro un’ultima volta la desolazione di cui mi sento parte. Rifletto sulle vite vissute da uomini e donne in questo triangolo di terra dimenticata: paludi veneziane, basso rodigino, bassa padovana. Solo ora posso capire la grettezza di questi posti; solo ora comprendo la difficoltà di chi vive ai margini: sono le difficoltà dell’animo. Perché per quanto uno possa ritrovarsi nella solitudine, questa, ad un certo punto, ti marchia.

Ispirato dai brani
Cavarzere, Nettuno dei Confine

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Scritto di marcc

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